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	<title>Legambiente &#8211; Sardegna Rinnovabile</title>
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	<description>Per lo sviluppo delle energie rinnovabili in Sardegna</description>
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	<title>Legambiente &#8211; Sardegna Rinnovabile</title>
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		<title>Legambiente su legge europea sul clima e voto europarlamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Legambiente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 15:29:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Legge europea sul clima, l’Europarlamento chiede un aumento al 60% del target al 2030. Legambiente: “Per fronteggiare l’emergenza climatica serve ora una risposta altrettanto coraggiosa dei governi nazionali, a partire dall’Italia”. L’Europarlamento con il voto di ieri sulla Legge europea sul clima ha scelto di fronteggiare con decisione l’emergenza climatica chiedendo l’aumento al 60% del [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Legge europea sul clima, l’Europarlamento chiede un aumento al 60% del target al 2030. Legambiente: “Per fronteggiare l’emergenza climatica serve ora una risposta altrettanto coraggiosa dei governi nazionali, a partire dall’Italia”.</strong></h2>
<p>L’Europarlamento con il voto di ieri sulla Legge europea sul clima ha scelto di fronteggiare con decisione l’emergenza climatica chiedendo l’aumento al 60% del target europeo al 2030. Un passo avanti decisivo rispetto alla proposta della Commissione europea di aumento del 55% inclusi gli assorbimenti agroforestali.</p>
<p>La palla passa ora al Consiglio per raggiungere un accordo ambizioso sulla prima Legge europea sul clima entro il prossimo dicembre. Per fronteggiare l’emergenza climatica e contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C serve una risposta altrettanto coraggiosa dei governi nazionali, a partire dall’Italia.</p>
<p>“Serve un ulteriore passo avanti per fronteggiare l’emergenza climatica e onorare gli impegni dell’Accordo di Parigi – <strong>dichiara il presidente di Legambiente <span class="glossaryLink " style="box-sizing: border-box; border-bottom: 1px dotted; text-decoration: none !important;" data-cmtooltip="&lt;b&gt;Stefano Ciafani&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;img class=&quot;alignleft size-thumbnail wp-image-1701&quot; src=&quot;https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/Stefano-Ciafani-1-150x150.jpg&quot; alt=&quot;&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; /&gt;Ingegnere ambientale, è il presidente nazionale di Legambiente dal 2018. Ha iniziato la sua storia in Legambiente nel 1998 grazie al servizio civile. Dal 2006 al 2011 ne è stato il responsabile scientifico, vicepresidente dal 2011 al 2015, direttore generale dal 2015 al 2018. È membro del Coordinamento nazionale del Forum del Terzo Settore e del Comitato scientifico di Ecomondo, la fiera di Rimini su tecnologie verdi e sviluppo sostenibile. È stato consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIV legislatura, membro del Comitato di indirizzo sulla gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche presso il Ministero dell'ambiente, del Gruppo di lavoro ‘Mafie e ambiente’ degli Stati generali della lotta alla criminalità organizzata promossi nel 2017 dal Ministero della Giustizia, dell’Osservatorio per l’analisi normativa del Corpo forestale dello Stato/Arma dei Carabinieri. È stato membro del Comitato direttivo di Chimica Verde Bionet e del Comitato di indirizzo di RemTech, la fiera di Ferrara sulla bonifica dei siti contaminati. Autore di pubblicazioni su economia circolare, inquinamento industriale, idrico, atmosferico, bonifica dei siti inquinati, energia, nucleare, amianto ed ecomafia.">Stefano Ciafani</span></strong> -. L’ultimo <em>Emissions Gap Report</em> dell’UNEP ha evidenziato che l’attuale azione climatica è pericolosamente insufficiente per raggiungere gli obiettivi di Parigi e ci porta verso un allarmante surriscaldamento del pianeta di oltre 3°C entro la fine del secolo rispetto ai livelli preindustriali. Scenario, secondo le recenti previsioni del Joint Research Center della Commissione, che può costare al benessere dei cittadini europei almeno 175 miliardi di euro l’anno. Per evitare che ciò si avveri, secondo il rapporto dell’UNEP, è cruciale che l’azione climatica dei governi sia così ambiziosa da consentire una riduzione media annua del 7.6% da qui al 2030, al fine di contenere l’aumento della temperatura media globale entro la soglia critica 1.5°C”.</p>
<p>Per l’Unione europea questo significa una riduzione del 65% delle emissioni climalteranti entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e quindi andare ben oltre il 55% proposto dalla Commissione. Obiettivo ambizioso, ma tecnicamente ed economicamente raggiungibile. Come dimostra il recente studio dell’Università di Berlino e dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), una riduzione delle emissioni del 65% è possibile e consentirebbe all’Europa di risparmiare più di 10.000 miliardi di euro per la conseguente riduzione dei danni ambientali e climatici, oltre ad una forte riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Fronteggiare l’emergenza climatica fa bene anche all’economia europea.</p>
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		<title>“LA DECARBONIZZAZIONE IN ITALIA NON PASSA PER IL GAS”. ECCO IL NUOVO DOSSIER DI LEGAMBIENTE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Legambiente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2020 15:03:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per l’uscita dal carbone non serve realizzare nuove centrali a gas:  è sufficiente aumentare l’attività di quelle esistenti da circa 3.200 ore all’anno a 4mila. Il Paese investa seriamente su fonti rinnovabili, a partire da solare ed eolico, su efficientamento energetico, accumuli e innovazione. Legambiente: “Basta difendere modelli energetici vecchi e inquinanti. Il governo semplifichi le autorizzazioni per [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per l’uscita dal carbone non serve realizzare nuove centrali a gas:  </strong><strong>è sufficiente aumentare l’attività di quelle esistenti da circa 3.200 ore all’anno a 4mila. </strong><strong>Il Paese investa seriamente su fonti rinnovabili, a partire da solare ed eolico, </strong><strong>su efficientamento energetico, accumuli e innovazione.</strong><span id="more-14101"></span></p>
<p><strong>Legambiente: “Basta difendere modelli energetici vecchi e inquinanti. Il governo semplifichi le autorizzazioni per gli impianti a fonti rinnovabili e con la prossima legge di bilancio </strong><strong>cominci a tagliare i sussidi alle fonti fossili”</strong></p>
<p>“No alla riconversione a gas delle centrali a carbone. In Italia la decarbonizzazione non può passare dal gas come fonte di transizione in sostituzione del carbone, attraverso un “compromesso” che non farà bene né all’ambiente né alla salute del Pianeta. Bisogna adottare soluzioni credibili e radicali per ridurre le emissioni di CO<sub>2</sub>, semplificando le procedure autorizzative e garantendo un ruolo sempre maggiore alle fonti rinnovabili e ai sistemi di accumulo. Per far ciò occorre sostituire le vecchie e inquinanti centrali a carbone con impianti rinnovabili e non convertirle a gas”.</p>
<p>È questo il messaggio che Legambiente lancia oggi al Governo a pochi giorni dallo sciopero nazionale per il clima di venerdì 9 ottobre presentando il suo nuovo dossier dal titolo “<a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/10/la-decarbonizzazione-in-italia_dossier2020.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La decarbonizzazione in Italia non passa per il gas</em></a><em>”. </em>Nel dossier l’associazione ambientalista, oltre a sfatare alcuni falsi miti sul metano fossile quale fonte di transizione energetica, spiega perché l’Italia deve evitare questa inutile e insensata corsa al gas ricordando che nella Penisola sono già presenti un numero sufficiente di impianti a gas, realizzati dopo il blackout del settembre 2003 grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi. Negli ultimi due decenni le nuove centrali elettriche a metano costruite hanno prodotto una situazione di sovrabbondanza: oggi, infatti, il parco di generazione esistente ammonta a 115.000 MW di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 MW nel luglio 2019, fonte Terna). <strong>Più che realizzare nuovi impianti, basterebbe aumentare le ore medie annue di esercizio delle centrali a gas esistenti passando da 3.261 a 4.000 ore medie annue</strong>. Uno scenario però poco auspicabile per Legambiente perché se da una parte permetterebbe di compensare la mancata produzione di energia elettrica generata dal carbone, dall’altra richiederebbe in sé un aumento dei consumi di metano. E ciò non andrebbe affatto bene, perché secondo l’associazione ambientalista bisognerebbe tendere ad una riduzione dei consumi di gas, accompagnata anche da interventi di efficientamento, come quello del riscaldamento civile (da convertire a pompe di calore alimentate elettricamente) e dall’elettrificazione dei trasporti, a partire dallo sviluppo del un sistema pubblico collettivo (bus, tram, metro, ecc), e della mobilità elettrica, i cui consumi possono essere soddisfatti da sistemi di generazione diffusi attraverso le fonti rinnovabili.</p>
<p>Per questo per Legambiente la strada da seguire è un’altra e si traduce in: “<em>Stop al carbone, no alla realizzazione di nuovi impianti a gas, sì alle semplificazioni per rinnovabili e sistemi di accumulo</em>”. In questa ottica il primo passo da compiere è la chiusura entro il 2025 delle centrali a carbone per una capacità di oltre 7.900 MW senza ricorrere a nuovi impianti a gas, per arrivare entro il 2040 alla chiusura di tutte le centrali inquinanti alimentate da fonti fossili, gas metano compreso. L’Italia deve avere, inoltre, il coraggio<strong> di ridurre fino ad azzerare i consumi di gas al 2040, iniziando da subito a non distribuire più risorse economiche per nuovi impianti come previsto con il Capacity Market.</strong> Risorse che si potrebbero usare per incentivare la <strong>diffusione delle fonti rinnovabili nella Penisola, a partire da solare ed eolico, di cui il nostro Paese ha grandi potenziali, con numeri di installazioni ben più alti di quelli fino ad oggi trattati anche nei cosiddetti anni d’oro (2009 – 2011). </strong>Senza però dimenticare la necessità di mettere in campo politiche di efficientamento del settore industriale, edilizio e mobilità – fortemente dipendenti dal gas metano – e piani di riconversione delle aree dove sono situate le centrali a carbone, che grazie alle risorse messe a disposizione dal Green Deal europeo possono dare a questi territori una nuova opportunità di creare aree produttive sostenibili e di sostegno alla rete.</p>
<p>Un tema quello della decarbonizzazione in Italia che Legambiente rilancia oggi in vista dello sciopero nazionale per il clima anche per sostenere tutti quei giovani che venerdì prossimo scenderanno in piazza per chiedere interventi e politiche più concrete per il Pianeta, a partire dall’abbandono delle fonti fossili e lo stop ai sussidi ambientalmente dannosi (sono circa 19 i miliardi di euro arrivati in un anno alle fonti fossili, tra sussidi diretti e indiretti, a danno dell’ambiente). L’associazione ambientalista ricorda che il dibattito sulla transizione energetica che si è aperto in Italia, piuttosto che puntare alla decarbonizzazione attraverso lo sviluppo delle fonti rinnovabili, continua a focalizzare l’attenzione sul metano e sul suo presunto ruolo quale fonte di transizione e di aiuto al raggiungimento dell’obiettivo puntando alla realizzazione di nuove centrali<strong>, </strong>rese economicamente vantaggiose dal nuovo sussidio del capacity market. Occorre dire basta a modelli energetici superati, vecchi e inquinanti, non in grado di rispondere alle esigenze di innovazione del Paese, di decarbonizzazione, di contrasto alla crisi climatica.<strong> </strong></p>
<p>“Il governo italiano sta sbagliando strada sulla lotta alla crisi climatica<strong> – spiega <span class="glossaryLink " style="box-sizing: border-box; border-bottom-width: 1px; border-bottom-style: dotted; text-decoration: none !important;" data-cmtooltip="&lt;b&gt;Stefano Ciafani&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;img class=&quot;alignleft size-thumbnail wp-image-1701&quot; src=&quot;https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/Stefano-Ciafani-1-150x150.jpg&quot; alt=&quot;&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; /&gt;Ingegnere ambientale, è il presidente nazionale di Legambiente dal 2018. Ha iniziato la sua storia in Legambiente nel 1998 grazie al servizio civile. Dal 2006 al 2011 ne è stato il responsabile scientifico, vicepresidente dal 2011 al 2015, direttore generale dal 2015 al 2018. È membro del Coordinamento nazionale del Forum del Terzo Settore e del Comitato scientifico di Ecomondo, la fiera di Rimini su tecnologie verdi e sviluppo sostenibile. È stato consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIV legislatura, membro del Comitato di indirizzo sulla gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche presso il Ministero dell'ambiente, del Gruppo di lavoro ‘Mafie e ambiente’ degli Stati generali della lotta alla criminalità organizzata promossi nel 2017 dal Ministero della Giustizia, dell’Osservatorio per l’analisi normativa del Corpo forestale dello Stato/Arma dei Carabinieri. È stato membro del Comitato direttivo di Chimica Verde Bionet e del Comitato di indirizzo di RemTech, la fiera di Ferrara sulla bonifica dei siti contaminati. Autore di pubblicazioni su economia circolare, inquinamento industriale, idrico, atmosferico, bonifica dei siti inquinati, energia, nucleare, amianto ed ecomafia.">Stefano Ciafani</span>, presidente nazionale di Legambiente –. </strong>Nel settore della produzione di energia promuove la riconversione a gas delle centrali a carbone, investe su nuove infrastrutture per il trasporto del metano fossile, sostiene progetti sbagliati come quello di Eni che vuole confinare al CO<sub>2</sub> nei fondali marini davanti alla costa ravennate. È arrivato il momento di scelte chiare e radicali: promuova le semplificazioni autorizzative per la realizzazione degli impianti a fonti rinnovabili, semplifichi la riconversione degli impianti a biogas in quelli a biometano da immettere in rete, recepisca al più presto la direttiva europea sulle rinnovabili per sbloccare definitivamente le comunità energetiche e la smetta di foraggiare i petrolieri e i signori delle fossili. Stiamo entrando nella fase di discussione della prossima legge di bilancio, il vero banco di prova per cominciare a tagliare seriamente i sussidi alle fonti fossili. Vediamo se alle tante parole spese su questo fronte faranno seguito finalmente gli atti concreti”.</p>
<p>L’Accordo di Parigi, gli obiettivi di decarbonizzazione, l’urgenza della crisi climatici ma anche l’emergenza sanitaria richiedono, da parte di tutti gli Stati del Mondo, Italia compresa un cambio di rotta forte e innovativo che deve vedere il settore energetico protagonista di un cambio radicale non solo nel modo di produrre energia elettrica e termica, che entro il 2040 dovrà escludere l’uso delle fonti fossili, ma anche nel modo di approvvigionamento, di distribuzione, di consumo attraverso un modello distribuito da fonti rinnovabili in cui i consumatori (cittadini, amministrazioni e imprese) diventano produttori e autoconsumatori e in cui gli elettrodomestici non saranno solo più punti di consumo, ma anche fonti di accumulo. Così come la mobilità, che dovrà essere ripensata e adeguata alle necessità della transizione energetica e alla decarbonizzazione. Un cambiamento che richiede investimenti importanti non solo in termini di infrastrutture e impianti, ma soprattutto in termini di reti, di accumuli, di mezzi di trasporto collettivo, di veicoli ed utenze smart e di tutta l’economia nazionale.</p>
<p>A tal proposito Legambiente ricorda che ci sono i fondi europei disponibili per le aree di transizione, il cosiddetto Just Trasition Fund: ossia circa 7,5 miliardi di euro destinati alla conversione industriale di centrali a carbone, gasolio e altre fonti inquinanti. L’Italia si è aggiudicata 364 milioni a fronte di un contributo pari al 12% del Reddito Nazionale Lordo (vale a dire di circa 900 milioni): risorse in grado di mobilitare investimenti pubblici e privati per oltre 4,8 miliardi. Senza dimenticare il Recovery Fund, parte di quei fondi possono essere destinati per la lotta alla crisi climatica. Efficienza energetica, innovazione e rinnovabili devono essere messe al centro del Piano per il rilancio italiano, partendo dallo sviluppo dell’eolico a terra e a mare e del fotovoltaico in tutto il Paese, sui tetti ma non solo.</p>
<p>Nel dossier Legambiente sfata anche alcuni falsi miti sul metano e sul suo presunto ruolo come fonte di transizione energetica.<strong> Primo il metano </strong><strong>non aiuta nel processo di decarbonizzazione</strong>, come dimostrano anche i vecchi problemi come quelli legati alle perdite in atmosfera che si aggiungono al peso delle nuove estrazioni di shale gas, mettendo fine all’illusione non solo del metano come fonte “di transizione”, ma anche di mitigazione parziale rispetto ad altri combustibili fossili che mettono in evidenza come sia necessario ridurre, fino a ad azzerare l’estrazione e il consumo di metano per fermare la crisi climatica. <strong>Il metano è un gas serra molto più potente della CO<sub>2</sub></strong>, <strong>specialmente su tempi brevi: 72 volte nei primi 20 anni dalla sua dispersione in atmosfera.</strong> La “forzante” climatica del metano avrebbe in questo secolo un ruolo decisamente più sensibile: <strong>“conterebbe” come un aumento di un terzo delle emissioni di CO<sub>2</sub></strong>. La preoccupazione è cresciuta quando la presenza media del metano in atmosfera terrestre, passata, dal 1750 ad oggi, da 0,7 a 1,8 ppm (parti per milione), dopo un periodo di sostanziale stabilità tra il 1990 e il 2007, è ripresa a salire rapidamente.</p>
<p>“Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC), approvato da Bruxelles, – <strong>dichiara Katiuscia Eroe, responsabile nazionale energia di Legambiente</strong> – prevede la realizzazione di nuovi gasdotti e rigassificatori, senza tener conto che già oggi la capacità di importazione è largamente sovradimensionata e sprecando così risorse che potrebbero, invece, andare a finanziare l’azione climatica. È assolutamente inaccettabile che di fronte all’emergenza climatica si punti su una fonte fossile, in sostituzione di un’altra fonte fossile. Le fonti fossili, come petrolio, carbone e gas, sono la principale causa dei cambiamenti climatici. La loro combustione per produrre energia elettrica e termica è responsabile dell’81% delle emissioni climalteranti complessive. Per questo Legambiente, con la campagna <strong>#ChangeClimateChange, </strong>ricorda che la strada maestra da seguire è quella che prevede al più presto l’abbandono definitivo dei combustibili fossili a favore di un sistema energetico sostenibile prevedendo il raddoppio della produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2030, riducendo sempre di più la dipendenza dal gas ed elettrificando la parte crescente dei consumi”.</p>
<p><strong>I luoghi della transizione: </strong>Nel dossier Legambiente infine fa il punto su alcuni luoghi al centro della transizione energetica: dalla Sardegna alla Liguria con La Spezia, dal Friuli-Venezia Giulia con Monfalcone, alla Puglia con Brindisi, solo per citarne alcuni, dove sono in corso accesi dibattiti visto che con il phasing out del carbone molte delle centrali saranno riconvertite in impianti a gas. Una decisione fortemente criticata da Legambiente che con i suoi circoli territoriali continua a ribadire l’urgenza di mettere in campo progetti di riconversione che puntino su fonti rinnovabili e sostenibilità ambientale come, ad esempio, la realizzazione di impianti ad energia pulita, oppure a progetti che prevedano ad esempio come nel caso di Brindisi di una città della scienza o la creazione di un centro di ricerca ed assistenza tecnica sulle fonti rinnovabili.  Per fortuna non mancano le buone notizie: ad esempio nel decreto semplificazioni è arrivato lo stop alla dorsale del metano prevista in Sardegna.</p>
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		<title>Legambiente, per uscire dal carbone non va bene il gas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Legambiente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2020 13:54:38 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Per l&#8217;uscita dal carbone non serve realizzare nuove centrali a gas: è sufficiente aumentare l&#8217;attività di quelle esistenti da circa 3.200 ore all&#8217;anno a 4mila&#8221;. Ma questo è comunque &#8220;poco auspicabile&#8221; perché &#8220;richiederebbe in sé un aumento dei consumi di metano. E ciò non andrebbe affatto bene&#8221;. A dirlo Legambiente che lancia oggi il suo nuovo rapporto &#8216;La decarbonizzazione in Italia non passa per il gas&#8217;, e rivolgendosi al governo &#8211; a pochi giorni dallo sciopero nazionale per il clima di venerdì 9 ottobre &#8211; fa presente che il Paese dovrebbe investire &#8220;seriamente sulle fonti rinnovabili, a partire dal solare e dall&#8217;eolico, sull&#8217;efficientamento energetico, sugli accumuli e sull&#8217;innovazione&#8221;. In particolare, non si devono più &#8220;difendere modelli energetici vecchi e inquinanti. Il governo con la prossima legge di Bilancio cominci a tagliare i sussidi alle fonti fossili&#8221;.<br />
Il messaggio cuore del rapporto: &#8220;Stop al carbone, no alla realizzazione di nuovi impianti a gas, sì alle semplificazioni per rinnovabili e sistemi di accumulo. In Italia la decarbonizzazione non può passare dal gas come fonte di transizione in sostituzione del carbone. Bisogna adottare soluzioni credibili e radicali per ridurre le emissioni di Co2&#8221;.<br />
&#8220;Negli ultimi due decenni le nuove centrali elettriche a metano costruite hanno prodotto una situazione di sovrabbondanza &#8211; viene spiegato &#8211; il parco di generazione esistente ammonta a 115.000 Megawatt (MW) di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete&#8221; che è stata di 58.219 MW nel luglio 2019.</p>
<p>Il primo passo da compiere &#8211; prosegue Legambiente &#8211; è &#8220;la chiusura entro il 2025 delle centrali a carbone per una capacità di oltre 7.900 MW senza ricorrere a nuovi impianti a gas, per arrivare entro il 2040 alla chiusura di tutte le centrali inquinanti alimentate da fonti fossili, gas metano compreso. L&#8217;Italia deve avere il coraggio di ridurre fino ad azzerare i consumi di gas al 2040, iniziando da subito a non distribuire più risorse economiche per nuovi impianti. Risorse che si potrebbero usare per incentivare la diffusione delle fonti rinnovabili. Senza però dimenticare la necessità di mettere in campo politiche di efficientamento del settore industriale, edilizio e mobilità e piani di riconversione delle aree dove sono situate le centrali a carbone&#8221;.</p>
<p>&#8220;Il governo italiano sta sbagliando strada sulla lotta alla crisi climatica &#8211; spiega Stefano Ciafani, presidente di Legambiente &#8211; nel settore della produzione di energia promuove la riconversione a gas delle centrali a carbone, investe su nuove infrastrutture per il trasporto del metano fossile, sostiene progetti sbagliati come quello di Eni che vuole confinare la Co2 nei fondali marini. È arrivato il momento di scelte chiare e radicali. Vediamo se alle tante parole spese su questo fronte faranno seguito finalmente gli atti concreti&#8221;. Per le aree che dovranno essere riconvertite, Legambiente ricorda che ci sono i fondi europei disponibili per le aree di transizione, il cosiddetto Just trasition fund: ossia circa &#8220;7,5 miliardi di euro destinati alla conversione industriale di centrali a carbone, gasolio e altre fonti inquinanti. Senza dimenticare il Recovery fund, parte di quei fondi possono essere destinati per la lotta alla crisi climatica. I &#8216;posti&#8217; della transizione: dalla Sardegna alla Liguria con la Spezia, dal Friuli Venezia Giulia con Monfalcone, alla Puglia con Brindisi.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://sardegnarinnovabile.org/legambiente-per-uscire-dal-carbone-non-va-bene-il-gas/">Legambiente, per uscire dal carbone non va bene il gas</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://sardegnarinnovabile.org">Sardegna Rinnovabile</a>.</p>
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		<title>Comunità rinnovabili. I dati sull’innovazione energetica in italia e 32 progetti di comunità rinnovabili nel report di legambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Legambiente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 15:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Legambiente presenta il rapporto sull’innovazione energetica nei territori e 32 progetti di comunità rinnovabili e autoproduzione collettiva ai nastri di partenza.  In dieci anni installati in Italia oltre un milione di impianti tra elettrici e termici in 7.911 i comuni italiani con un aumento della produzione energetica di quasi 50 TWh. Ma investimenti troppo lenti, nel 2019 [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Legambiente presenta il rapporto sull’innovazione energetica nei territori e 32 progetti </strong><strong>di comunità rinnovabili e autoproduzione collettiva ai nastri di partenza. </strong></h2>
<p><strong>In dieci anni installati in Italia oltre un milione di impianti tra elettrici e termici in 7.911 i comuni italiani con un aumento della produzione energetica di quasi 50 TWh. </strong><strong>Ma investimenti troppo lenti, nel 2019 installati solo 750 MW di fotovoltaico e 450 MW di eolico.</strong></p>
<p><strong>“Le comunità energetiche devono essere al centro del recovery plan italiano, </strong><strong>per rilanciare gli investimenti nelle rinnovabili e creare sviluppo locale.  </strong><strong>Legambiente lancia le sue dieci proposte al Governo”.</strong></p>
<p>Dai Comuni Rinnovabili alle Comunità Rinnovabili: in Italia si apre una nuova epoca per l’energia pulita che punta all’autoconsumo collettivo da fonti rinnovabili. A raccontare questa nuova rivoluzione in atto che ha al centro i territori e le comunità è il nuovo rapporto di Legambiente dal titolo “<em>Comunità Rinnovabili</em>” in cui,  oltre a tracciare un quadro complessivo sulla diffusione delle fonti pulite nella Penisola nel 2019 e nell’ultimo decennio, dà spazio e voce al mondo che si è già messo in moto nella condivisione e autoproduzione di energia da fonti rinnovabili a partire dalle <strong>32 realtà </strong>(suddivise in  comunità energetiche, progetti di autoconsumo collettivo e realtà di autoconsumo che coinvolgono amministrazioni, famiglie e aziende) che vanno ad aggiungersi alle oltre 280 buone pratiche di integrazione delle rinnovabili nel territorio, raccolte sul sito comunirinnovabili.it, e <strong>ai 41 comuni 100% rinnovabili</strong> autosufficienti dal punto di vista energetico, elettrico e termico con soluzioni virtuose e integrate che hanno generato qualità, lavoro e sviluppo locale. Storie e numeri che riassumono sul fronte energetico e sociale la giusta strada da percorrere in un Paese dove in un decennio sono stati installati <strong>oltre un milione di impianti tra elettrici e termici</strong> in <strong>7.911 comuni italiani </strong>contro i 356 di partenza e dove in questi dieci anni<strong> il contributo portato dalle fonti rinnovabili al sistema elettrico italiano si è tradotto in un aumento della produzione energetica di quasi 50 TWh </strong>passando da 63,8 TWh del 2008 a 114,8 TWh del 2019. In questo modo è stato messo in parte in crisi il modello fondato sulle fossili e <strong>portando alla chiusura di centrali da fonti fossili per 13 GW</strong>.</p>
<h2><a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/06/rapporto-comunita-rinnovabili-2020.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Scarica il Rapporto Comunità Rinnovabili</a></h2>
<p><strong>In Italia, però, la crescita dell’energia pulita continua ad essere troppo lenta </strong>–<strong>  con una media di installazioni all’anno dal 2015 ad oggi di appena 459 MW di solare e 390 di eolico</strong> – e a ritmi inadeguati rispetto a quanto la Penisola potrebbe e dovrebbe fare per rispettare gli impegni nella lotta ai cambiamenti climatici, <strong>continuando così gli obiettivi fissati al 2030 dal Pniec verrebbero raggiunti con 20 anni di ritardo</strong>. Anche nel 2019 si conferma, secondo il rapporto di Legambiente, una crescita positiva ma troppo lenta con 750 MW di solare fotovoltaico (272 MW in più rispetto a quanto installato nel 2018) e 450 MW di eolico (112 MW in meno rispetto al 2018) installati. La produzione da rinnovabili è stata pari a 114 di TWh a fronte di una domanda elettrica nazionale di 326 TWh. Il contributo delle fonti pulite rispetto ai consumi elettrici è passato dal 15 al 36% e in quelli complessivi dal 7 al 19%. La crescita maggiore è avvenuta nel solare fotovoltaico e nell’eolico, che nel 2019 hanno soddisfatto rispettivamente il 7,6% e il 6,2% dei consumi elettrici nazionali (secondo i dati di Terna).</p>
<p>Per questo per Legambiente i prossimi dieci anni saranno cruciali per moltiplicare questi numeri e raggiungere almeno 80-100 TWh di produzione rinnovabile al 2030, mentre in parallelo si dovranno ridurre i consumi attraverso l’efficienza, per arrivare a costruire un sistema che possa progressivamente fare a meno delle fonti fossili. Inoltre l’associazione ambientalista, nel corso degli Stati generali dell’economia, <strong>lancia oggi al Governo dieci proposte-priorità che devono entrare nel recovery plan che il Governo dovrà presentare per uscire dalla crisi economica e sociale del Covid-19,</strong> chiedendo <strong>in primis una semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti da fonti rinnovabili </strong>di piccola taglia e l’introduzione di nuove linee guida per accelerare i progetti di grandi dimensioni in tutte le Regioni; il <strong>recepimento della direttiva europea sulle comunità energetiche </strong>e lo sblocco dei progetti fino a 200 kW con l’introduzione di un fondo per l’accesso al credito a tassi agevolati;  <strong>la promozione di progetti di agrivoltaico, </strong>attraverso regole per l’integrazione del fotovoltaico in agricoltura e incentivi per gli agricoltori nell’ambito della PAC; <strong>l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili e la revisione della tassazione energetica sulla base delle emissioni. </strong></p>
<p>Proposte e numeri che Legambiente ha presentato nel corso della conferenza organizzata in diretta sulle pagine facebook di Legambiente, Comuni Rinnovabili e La Nuova Ecologia e sui canali YouTube, che ha visto la partecipazione di esperti del settore, tra i quali Gianni Girotto, Presidente commissione Industria del Senato,  Luca Benedetti, GSE, Alejandro Gomez, Valencia municipality, Climate and Energy Agency, e alcuni rappresentanti di realtà territoriali per raccontare alcune esperienze europee e italiane al centro del rapporto.</p>
<p>“L’Italia fino al 2012 – dichiara <strong><span class="glossaryLink " style="box-sizing: border-box; border-bottom: 1px dotted; text-decoration: none !important;" data-cmtooltip="&lt;strong&gt;Edoardo Zanchini&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;img class=&quot;alignleft wp-image-1696 size-thumbnail&quot; src=&quot;https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/Edoardo-Zanchini-150x150.jpg&quot; alt=&quot;&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; /&gt;&lt;br /&gt;È vicepresidente nazionale di Legambiente dal 2011, dove è entrato attraverso il servizio civile occupandosi della campagna per la demolizione dell’Hotel Fuenti a Vietri sul mare. Dal 1999 è responsabile nazionale dei settori energia, trasporti e urbanistica. Dopo la Laurea in Architettura all’Università di Roma “La Sapienza” e il Dottorato di ricerca in urbanistica, ha insegnato nelle Università di Roma e Pescara. Nel 2015 ha conseguito l’abilitazione come Professore associato in Pianificazione e progettazione urbanistica. Membro del Consiglio Direttivo di FREE (associazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica) e del Board del Renewable Grid initiative. Autore di diversi saggi in materia di energia, territorio e sostenibilità. ‎">Edoardo Zanchini</span>, vicepresidente di Legambiente</strong> – è stata uno dei Paesi di punta nel mondo come installazioni, ma purtroppo degli ultimi anni si sono fermati gli investimenti. Da parte del Governo non sembra esserci alcuna consapevolezza sulla situazione e i ritardi che si continuano ad accumulare rispetto anche allo stesso Pniec approvato dal Governo. Abbiamo presentato 10 proposte per la discussione che si è aperta per il rilancio del Paese, per rilanciare gli investimenti in rinnovabili ed efficienza e proporre un cambiamento che si apra a tutti i settori produttivi. La sfida dei prossimi dieci anni è decisiva per fermare i cambiamenti climatici con un sistema energetico che porti a chiudere le centrali a carbone e rilanci gli investimenti in ogni Comune e Regione italiana. Per rendere possibile ciò è indispensabile prevedere una cabina di regia per l’attuazione del Green Deal, che coordini e verifichi l’efficacia degli strumenti adottati, i problemi che ci sono a partire dallo stop ai progetti eolici e solari da parte di Soprintendenze e Regioni che oggi sono il problema più rilevante per le rinnovabili. Senza un cambio nel modo di lavorare dei Ministeri e un maggiore coordinamento con Gse, Enea e Regioni il rischio è di sprecare un’occasione straordinaria di cambiamento e di rinunciare anche alle risorse previste dal Green Deal europeo”.</p>
<p>Legambiente ricorda che con l’approvazione della Direttiva Europea 2018/2001, che stabilisce i diritti dei prosumer (i produttori-consumatori) e delle comunità energetiche proprio in una logica di supporto alla produzione locale da rinnovabili, diventa possibile abbattere le assurde barriere che fino ad oggi hanno impedito di scambiare energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia, persino nei condomini o dentro un distretto produttivo, oppure in un territorio agricolo.</p>
<p>“Abbiamo di fronte un anno molto importante per il nuovo scenario di condivisione dell’energia da fonti rinnovabili – aggiunge <strong>Katiuscia Eroe, responsabile Energia Legambiente</strong> – entro giugno 2021 dovrà infatti essere recepita la Direttiva europea e nei prossimi mesi partiranno le prime sperimentazioni di comunità energetiche, in attuazione del Milleproroghe a cui si aggiungono decine di territori e comunità già in movimento e pronte a diventare attive. La sfida che abbiamo di fronte è di definire un quadro di regole – come sottolinea la Direttiva – che consentano di eliminare barriere e discriminazioni, ostacoli finanziari o normativi ingiustificati, per chi si autoproduce, accumula, vende energia da rinnovabili e favorire la partecipazione dei cittadini, delle imprese delle Autorità locali a queste nuove iniziative. Per questo chiediamo all’Esecutivo di garantire una rapida approvazione del Decreto attuativo per le comunità energetiche fino a 200 kW e di aprire <strong>anche un confronto pubblico sul recepimento completo della Direttiva</strong> 2018/2001, per chiarire gli obiettivi e entrare nel merito delle scelte da prendere rispetto alle principali questioni aperte e in particolare”.</p>
<p><strong>Dati e comunità rinnovabili</strong> – Tornando ai dati del rapporto di Legambiente, nella Penisola ad oggi sono <strong>7.776 i comuni dove è installato almeno un impianto fotovoltaico</strong>, <strong>7.223 quelli del solare termico, 1.489 quelli del mini idroelettrico</strong> (in particolare al centro nord) e <strong>1.049 quelli dell’eolico</strong> (soprattutto al centro sud), <strong>3.616 quelli delle bioenergie</strong> e <strong>594 quelli della geotermia. Impressionante il numero delle installazioni: </strong>in Italia sono <strong>778 mila gli impianti fotovoltaici, oltre 3.539 idroelettrici, 4.805 eolici, 2.808 a bioenergie, 15.365 geotermici tra alta e bassa entalpia,</strong> a cui aggiungere 4,4 milioni di metri quadri di impianti di solari termici e oltre 66mila impianti a bioenergie termici. A livello regionale, la Lombardia è la regione con il maggior numero di impianti a fonte rinnovabile in Italia, con 8,3 GW di potenza installata, grazie soprattutto all’eredità dell’idroelettrico del secolo scorso. La Puglia vanta il numero maggiore di installazioni delle “nuove” rinnovabili, ossia solare e eolico (rispettivamente pari a 2,5 e 2,6 GW).</p>
<p>Dai dati alle storie il passo è breve: dal nord al sud della Penisola arrivano <strong>32 progetti</strong> già realizzati o in partenza, almeno uno per Regione, come le <strong>12 storie di comunità energetiche</strong>, alcune sono cooperative “storiche”, che continuano a investire in innovazione e a trasformarsi con nuovi obiettivi, come E-Werk Prato nel comune di Prato allo Stelvio (BZ) o la S.E.C.A.B. in Friuli Venezia Giulia o la ACSM, che coinvolge il territorio delle Valli di Primiero e Vanoi in Provincia di Trento. Altre sono nuovi progetti come la Comunità energetica di Roseto Valfortore (FG) o i Comuni di Tirano e Sernio che insieme si preparano a realizzare la Comunità Energetica Rinnovabile Alpina alimentata attraverso la gestione sostenibile boschiva. Sono 5 le cooperative energetiche tra storiche e nuove, che coinvolgono interi Comuni come nel caso di Berchidda, in Sardegna o in quello della S.E.C.A.B. in provincia di Udine. Altre 5 coinvolgono attori territoriali come nel caso della Comunità energetica agricola del Veneto che ha già coinvolto 514 aziende, tra utenti possessori di impianti ad energia rinnovabile, in grado di produrre e scambiare energia verde ed utenti in qualità di consumatori dell’energia prodotta nel ciclo comunitario. O ancora l’esperienza del progetto GECO che svilupperà una comunità energetica nella periferia di Bologna, coinvolgendo 7500 abitanti, 1400 dei quali abitano in alloggi sociali (ACER), una zona commerciale di 200.000 mq che ospita un parco agroalimentare, due centri commerciali, ed un’area industriale di oltre 1 milione di mq.</p>
<p>Sono invece <strong>9 i progetti di autoconsumo collettivo</strong>, che coinvolgono condomini e realtà di social Housing come nel caso del progetto Qui Abito a Padova o l’edificio Nzeb realizzato dall’Energy Building Social Housing del Comune di Prato o il caso studio del Condominio Donatello di Alessandria nel progetto Energy Wave. A queste si aggiungono le <strong>11 realtà di imprese che già hanno scelto l’autoproduzione da fonti rinnovabili</strong> integrando innovazioni importanti, come la Solis Green Log in Provincia di Chieti, l’Azienda agricola Val Paradiso ad Aosta, La Green Station di Potenza o la Cantina Le Cimete a Montefalco. Tutte realtà in cui già oggi le tecnologie pulite producono tutta o buona parte dell’energia elettrica e/o termica di cui hanno bisogno.</p>
<h2><strong>Le dieci priorità su cui di Legambiente chiede un impegno al Governo</strong></h2>
<ol>
<li><strong>la </strong><strong>semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti da fonti rinnovabili </strong>di piccola taglia e l’introduzione di nuove linee guida per accelerare i progetti di grandi dimensioni in tutte le Regioni;</li>
<li><strong>il recepimento della direttiva europea sulle comunità energetiche </strong>e lo sblocco dei progetti fino a 200 kW con l’introduzione di un fondo per l’accesso al credito a tassi agevolati;</li>
<li><strong>promuovere progetti di agrivoltaico, </strong>attraverso regole per l’integrazione del fotovoltaico in agricoltura e incentivi per gli agricoltori nell’ambito della PAC;</li>
<li><strong>accelerare gli investimenti nei sistemi di accumulo </strong>sia sulla rete di trasmissione che di distribuzione, premiando tutti coloro che partecipano ai meccanismi di “demand-response”;</li>
<li><strong>un vero piano per l’efficienza energetica </strong>con obiettivi di riduzione dei consumi ambiziosi in edilizia verso NZEB e nell’industria;</li>
<li><strong>l’elettrificazione delle città per trasporti e riscaldamento/raffrescamento degli edifici </strong>per ridurre inquinamento ed emissioni;</li>
<li><strong>il potenziamento delle reti di trasmissione e distribuzione</strong>, delle interconnessioni internazionali e con Sicilia e Sardegna;</li>
<li><strong>l’accelerazione degli investimenti nel biometano;</strong></li>
<li><strong>la realizzazione di progetti eolici offshore </strong>e la costituzione di consorzi di imprese per progetti di<strong> eolico galleggiante al largo delle coste di Sicilia e Sardegna;</strong></li>
<li><strong>l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili e la revisione della tassazione energetica sulla base delle emissioni. </strong></li>
</ol>
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		<title>Vere rinnovabili nei trasporti. Ecco le proposte di Legambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Legambiente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 15:35:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le proposte di Legambiente presentate nel corso del webinar: “Eliminiamo subito i sussidi ambientalmente dannosi come quelli previsti per i biodiesel a base di olio di palma, e premiamo, invece, il trasporto elettrico e i biocarburanti da rifiuti e scarti agroindustriali”. “Si vieti in Italia già dal primo gennaio 2021 l’uso di oli vegetali – come l’olio di palma [...]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://sardegnarinnovabile.org/vere-rinnovabili-nei-trasporti-ecco-le-proposte-di-legambiente/">Vere rinnovabili nei trasporti. Ecco le proposte di Legambiente</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://sardegnarinnovabile.org">Sardegna Rinnovabile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Le proposte di Legambiente presentate nel corso del webinar: </strong><strong>“Eliminiamo subito i sussidi ambientalmente dannosi come quelli previsti per i biodiesel a base di olio </strong><strong>di palma, e premiamo, invece, il trasporto elettrico e i biocarburanti da rifiuti e scarti agroindustriali”.</strong></h2>
<p>“Si vieti in Italia già dal primo gennaio 2021 l’uso di oli vegetali – come l’olio di palma e di soia – nei biocarburanti e si promuovano davvero solo le vere rinnovabili nel settore trasporti a partire dagli olii alimentari usati, dal bioetanolo da scarti agricoli cellulosici, il biometano da rifiuti organici e scarti agroalimentari – insieme alla mobilità elettrica da fonti rinnovabili”<strong>. Sono queste le proposte che Legambiente ha lanciato oggi a Governo e Parlamento nel corso del webinar “Vere rinnovabili nei trasporti”</strong>, trasmesso in diretta sulle pagine fb di Legambiente e La Nuova Ecologia e sul sito www.lanuovaecologia.it, e che ha visto l’associazione ambientalista confrontarsi con parlamentari ed esperti del settore su questo tema e sul recepimento della direttiva europea RED II sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. La direttiva ha come obiettivo quello di portare l’uso delle rinnovabili, a livello comunitario, a quota 32% entro il 2030 e tra le altre cose dà la facoltà agli stati membri di far cessare i sussidi all’uso di olio di palma e derivati tra il 2020 e il 2030.</p>
<p>All’evento, moderato da <span class="glossaryLink " style="box-sizing: border-box; border-bottom: 1px dotted; text-decoration: none !important;" data-cmtooltip="&lt;strong&gt;Edoardo Zanchini&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;img class=&quot;alignleft wp-image-1696 size-thumbnail&quot; src=&quot;https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/Edoardo-Zanchini-150x150.jpg&quot; alt=&quot;&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; /&gt;&lt;br /&gt;È vicepresidente nazionale di Legambiente dal 2011, dove è entrato attraverso il servizio civile occupandosi della campagna per la demolizione dell’Hotel Fuenti a Vietri sul mare. Dal 1999 è responsabile nazionale dei settori energia, trasporti e urbanistica. Dopo la Laurea in Architettura all’Università di Roma “La Sapienza” e il Dottorato di ricerca in urbanistica, ha insegnato nelle Università di Roma e Pescara. Nel 2015 ha conseguito l’abilitazione come Professore associato in Pianificazione e progettazione urbanistica. Membro del Consiglio Direttivo di FREE (associazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica) e del Board del Renewable Grid initiative. Autore di diversi saggi in materia di energia, territorio e sostenibilità. ‎">Edoardo Zanchini</span>, vicepresidente di Legambiente, hanno partecipato la deputata Rossella Muroni, i senatori Gianni Girotto e Diego De Lorenzis, Tullio Berlenghi del Ministero dell’Ambiente, Andrea Poggio responsabile mobilità sostenibile Legambiente, il presidente GB Zorzoli del Coordinamento Free, il direttore Sandro Cobror di Assodistil, il segretario Dino Marcozzi Motus-E e Veronica Aneris di Transport&amp;Environment.</p>
<p>“Oggi il Parlamento italiano – dichiara <strong>Andrea Poggio, responsabile mobilità sostenibile di Legambiente</strong> – con una norma nazionale di recepimento della direttiva comunitaria può decidere di non sussidiare e non riconoscere più l’uso di olii vegetali nei biocarburanti e promuovere solo rinnovabili “vere” e italiane nel settore dei trasporti a partire dai biocarburanti avanzati. La Francia ha già tolto gli incentivi all’olio di palma da sei mesi (1 gennaio 2020), Eni ha già annunciato di rinunciarvi entro il 2023. Prima vittoria. Ora noi proponiamo di non andare oltre 1 gennaio 2021 con i sussidi legge per tutti. E che rinnovabili “vere” usare al posto? Non solo biometano da rifiuti e bioetanolo da scarti cellulosici, anche di origine agroalimentare, ma anche elettricità rinnovabile che serve per muovere veicoli elettrici di varia natura: auto, furgoni, camion, gru e navi nei porti, treni merci e pendolari, tram e filobus. L’Italia non perda dunque questa importante occasione ed interrompa gli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel, come già oltre 59.000 italiani hanno richiesto firmando una petizione su www.change.org/unpienodipalle”.</p>
<p>L’associazione ambientalista ricorda che la nostra Penisola, insieme a Spagna e Olanda è tra i paesi che importano più olio di palma proveniente principalmente dall’Indonesia e, in misura minore, dalla Malesia. La stessa Commissione Europea ha definito insostenibile la coltivazione di olio di palma, ha ricordato che il 45% delle nuove coltivazioni di olio di palma che alimentano i finti biodiesel (che non sono per nulla  green e sostenibili) viene prodotto in piantagioni che causano la deforestazione delle foreste pluviali, minacciano le popolazioni indigene e causano la perdita di biodiversità e della vita selvatica ed infine ne ha stabilito il graduale abbandono nell’utilizzo per la produzione di biodiesel almeno entro il 2030.</p>
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